E siccome in ogni trilogia che dir si voglia per bene mai viene a mancare l'episodio più strizzalocchio all'audience di grosso numero e grana, ove l'impianto passa in terzo piano in luogo ai nomi chiamati a comporre i vari settori della locandina, esile pretesto per fare bella mostra di talenti ed esercizi di stile, si alzi il sipario sul secondo film di questa
serie, che segue il giusto ordine di pubblicazione editoriale dei libri dello Steinbeck latinoamericano ma l'inverso per uscite e manifatture cinematografiche.
Non ci si fa mancare nulla: attore di grido e di solida preparazione alla parte non foss'altro per i precedenti lavorativi, protagonista femminile rodatissima nel ruolo, spigliata e spogliata, sogno umidiccio di tre continenti rasponi, regista assodato ed uso a luoghi, sfondi, temi e soggetti, colonna sonora composta in omaggio da artisti di fama mondiale (in Brasile), fotografia saldamente in mano ad un bestione-one di categoria.
Molte sono le accomunanze tra Jorge Amado e John Steinbeck, grossomodo coevi, dalla produzione severamente scissa tra impegno di denuncia sociale ed epopea fiabesca e scanzonata dell'Umile più a terra, non ultima la somiglianza nell'infausto tenore rispetto allo scritto delle trasposizioni filmiche delle loro opere, anche quando intenzioni ed attrezzature furono di prim'ordine. Nemmeno l'amicizia con un Presidente degli Stati Uniti di peso come F.D. Roosvelt, le collaborazioni con Elia Kazan e Lewis Milestone, interpreti quali James Dean, Marlon Brando e Spencer Tracy hanno salvato il Gringo premio nobel per la letteratura dall'ingiustizia scenica di cotanta incresciosa capacità di prosa, infatti.
Qui, a differenza di quanto già detto per il Bahiano, nemmeno si può parlare di film dedicati esclusivamente all'apprezzamento dei suoi adoranti lettori. Anzi, l'opposto.
Sono spesso però le pellicole meno abbarbicate all'opera originaria, che consentono una fruizione più a là paje, meno svaccatamente riservate ad un pubblico di soli letterati come quella con cui ho esordito la volta scorsa, grazie a caratteristiche che compongono indistinguibilmente pregi e difetti del film.
Gabriela, garofano e cannella fu il primo passo di Amado in un universo scevro dalla polvere impastata di lacrime e sudore delle piantagioni di cacao dell'interno, verso le rive dell'Atlantico, i suoi porti nascenti dell'inizio novecento, pieni di colori, aria e luce.Nella trama e nei singoli personaggi troviamo gli embrioni di quasi tutte le caratterizzazioni delle opere successive, frutto del meticoloso studio formale da intellettuale di sinistra dell'etnologia meticcia del suo paese, composta da ricchi latifondisti, commercianti di frontiera e tutto il poverissimo resto della popolazione.
Ambientata nel '920 e intorno a Ilheus, scalo commerciale per l'Oro Bruno, il cacao, dono e dannazione di una terra selvatica e avara di altro, la storia è incentrata su di una giovinetta approdata dall' interno arido senza una speranza fino alla darsena degli schiavi, dove ogni diseredato pezzente si riversa per offrirsi in un libero mercato di schiavi, sguattere, soldataglia.Qui la trova
Nacib Saad (Mastroianni) turco/siriano/si-insomma-quella-zona-del-mondo-lì, ma di madre partenope, proprietario del Bar Vesuvio, centro ricreativo e associativo del paese.E' alla ricerca di una cuoca, di cui è rimasto sprovvisto, e non ha la minima idea nè di come fare a selezionarne una, nè di cosa gli stia per capitare. Nota la gentilezza verso una nonnina affranta di un'arruffata ragazza coperta di tutta la polvere dei chilometri macinati, le crede sulla parola riguardo alle doti culinarie, e senza pensare a nient'altro se la porta a casa.