lunedì 25 novembre 2013

DICK TRACY (1990) di Warren Beatty


Nel buio spento,bagliori cromati di tinta acrilica ben temperata. Così si sceglie di riprendere il giro visite del reparto di Patologia Cinematofila, latitato oltre il lecito ed i propositi con la massima nonchalance.
Ad attendermi nell'ingresso di linoleum impolverato d'assenza, una tagliola da orsi di quelle medioevali quanto rugginose e fetenti: la recensione di un cinefumetto oltre il definitivo, il capisaldo, l'inarrivabile, l'oltraggioso destino. Questa.
 Che, una volta terminata, prende la Nota Astina della Qualità di un giudizio analitico non professionale su di un filmetto, la infila in un vettore Soyuz e la spara decisa nel perielio di Titano. Mantenendone comunque la valicabilità esclusivamente in fosbury. Rincorsa a 4 metri e scarpini di telaccia. Tre tentativi e fuori. Da qui da noi.
Maiomidomandoechiedosesipossalasfiga.
Presomela a coppini con medesimo stesso abbondatemente, prima che il Primario Dottor Massis possa mettere i guantini di lattice sulla mia scarna carcassa col buonumore paterno scanzonatissimo che lo contraddistingue, in questo eroico periodo in cui stà smettendo PER LA TERZA VOLTA di fumare; dopo aver infierito su di uno spigolo portante dell'edificio in granito addove son locati i nostri uffici col pube, rimarcandomi a voce alta la piena responsabilità del temporeggio indeciso e distratto che mi ha avviluppato, in questo fine anno volto alla rincorsa del fatturato al sesto zero; mi reco indolenteinzito in una landa retròrica e storica vagamente onirica, infantile, pittata a pennello vero su matte in acetilene. Uno sgabuzzino accogliente tappezzato di archetipi derivanti e derivativi in numero vasto quanto le luci di una città:

Tipo

sabato 14 settembre 2013

L'ARBITRO (2013) di Paolo Zucca


(Anteprima dalla morgue) 

Ero lilì per capoversare il seguente commentario con uno dei miei soliti, introduttivistici, allucinanti pipponi; vertendo di Epica, Mitopoiesi nella creazione audiovisiva, gli archetipi visuali della cineproduzione italiana dal'1900 ad oggi, MostriSacri sulle cui spalle tutti poggiano i piedini ed ulteriori eccetera.
Scancellandomi come poche volte mi trovo a fare - nel senso proprio di sbattermi un manufatto ad ante battenti di ghisa sul muso, da solo - sono rimasto chiuso fuori dal mio stesso incipit, in piena luce impietosa nell'occhio di bue' dell'ignoranza. Fondamentalmente inutile, che stessi a fare fin da subito il saputo, imparato e magnileggente.
Ero del tutto all'oscuro dell'uscita di questo film, fin quando una Signora Amabile con Brio s'è brigata di sollevare la questione della nuova fatica interpretativa del Padre della Prole di Laetitia Casta, uomo dal multiforme indegno, ingombrante profilo artistico; uno dei più vituperatamente discussi della Nazione. Sicchè sono Accorso .Saranno state le due settimane fa,tre,tò..
Ero sinceramente digiuno del tutto sulla produzione cortometraggica del regista, validissima e gigapremiata oltrechè molto considerata negli ambienti che ne sanno, di cui questo film costituisce l'esordio nelle sale della grande distribuzione.
Ero e permarrò sempre, una brada capra in materia di fede calcistica, calci, calzettoni, sterrati di periferia di terza categoria, sfere di poligoni messi insieme a mano da gioventù subcontinentale.
Ero estraneo alle produzioni italiane sorbite in sala da un Bé l pezzo.

sabato 10 agosto 2013

DJANGO 2 : IL GRANDE RITORNO (1987) di Ted Archer


L'aria è sempre più rovente, ma grazie ai prodigi della scienza condizionata, dai corridoi di Cinematografia Patologica resistiamo, quindi giammai desistiamo dall'intento di portare avanti la rubrica: "Tutti i Djanghi...". Se ricordate, il tutto nacque sull'onda del successo del Django Unchained, unico vero campione d'incassi del 2013. Abbiamo trattato il capolavoro di Corbucci del 1966, ed ora? Facciamo un salto temporale di ben 20 anni, tanto i fans dell'originale ed unico Djangoooo ebbero d'aspettare per vedere il sequel ufficiale, pentendosi di ciò che desiderarono, poveri illusi, dopo appena pochi minuti di visione...
Come ci ricorda un incipit nostalgico e inutilmente simbolico, sono passati vent'anni e Django (Franco Nero l'unico e inimitabile) ha deciso di farsi prete e di trasferirsi in un convento in Colombia, in pratica spacca legna e prega, in un'auto-imposta clausura: adesso si fa chiamare padre Ignacio (sic!).
 Dal passato spunta però una bella topa,

giovedì 25 luglio 2013

IL MUCCHIO SELVAGGIO (1969) di Sam Peckinpah




D'estate c'è quel caldo che, traspirando dal cemento, diviene sudore che imperla la fronte, le ascelle, anche gli occhi ,tutto. Semisvenuto in un ambiente casalingo dove, già poco lontano dall'orizzonte, si formano i primi miraggi: cosa c'è di più acconcio di un bel film western? Risalgono a galla i ricordi dell'infanzia e preadolescenza, quando le reti private sparavano western a raffica, classici e non, ad allietare i pomeriggi a 40 gradi all'ombra, sopra il divano, sudato anche lui, un pò a russare, un pò a scacciare mosche dalle dita dei piedi. L'estate e i film Western, un connubio inscindibile, fatto di semi d'anguria e qualche birra sul tavolino, brutti ceffi, sigari, sudore e polvere da sparo. Così è, in questo climaticamente infernale fin di Luglio (almeno qua, ne la isla del Sol), che cerco refrigerio da un regista che sempre amai, che mai deluse, nemmeno nei film più controversi (quasi sempre quelli con le Major, come al solito..).
E' tempo de: IL MUCCHIO SELVAGGIO (The Wild Bunch) di Sam Peckinpah.

(vi vedo la, che ridacchiate in ultima fila..nonostante il titolo possa fraintendersi,non si tratta di un porno..quello si chiama Mucchio Selvaggio ,senza "Il", ed è del regista Matteo Swaitz, così magari i cultori se lo recuperato...)




Texas. Confine tra US e Messico. L'inafferrabile Pitch Bishop

martedì 16 luglio 2013

WANTED (2009) di Prabhu Deva [3-4]


ECCE OMO

Dite la nuda e cruda verità.....più nuda e cruda di LUI qui sopra: quanto tempo è passato dall'ultima volta che avete visto un film che va in crescendo rossiniano nel finale? Una pellicola prodotta nell'ultimo, chessò decennio, almeno, che non svacchi schifa sgonfia sull'epilogo; che promette e seduce per idee, ambientazioni e storie per la durata di una farfalla data alle fiamme dal solleone nel mezzogiorno della sua esistenza, eppoi invece s'accascia, spompata dal down di botta del suo sceneggiatore tossico ed in sciopero creativo prolungato, appena dribblata la trequarti. Quante, quante opere vi hanno imbizzarrito per l'arraffazzonata conclusione a scapito di logica, dialoghi, ritmo?
La maggioranza, ne sono consapevole.  Un mucchio.
E' un fattore di decadenza culturale, di abbassamento della durata della soglia di attenzione media. Del multitasking imperante, delle multinazionali delle reclame. Del Drive In e del Bagaglino. Di Michael Bay (che cazzo c'entrino quest'ultimi, chiedetelo ai citati: ce l'hanno TUTTI. SEMPRE. Con loro....)
Si dà invece il caso che nella factory della Settima Arte situata nel Sub Continente Indiano, che proprio in questi giorni celebra i cent'anni di attività frenetica, codeste scostumanze occidentali non ce l'abbiano. Vuoi per tema del pubblico particolarmente sanguigno, che è un attimo che, deluso o addirittura annoiato, ti parta con una carneficina interrazzialreligiosa da morti ammucchiati agl'angoli delle strade; vuoi per vigoroso ossequio alle regole del cinema di un tempo più Fausto (ma anche Tommaso, Ruggero o Pino, per carità); vuoi per un fattore meramente antistatistico e stòcastico (trad: puro culo) che mi ha offerto incredibilmente la visione si, di un'inezia di quel ponderosissimo catalogo, ma tutta caratterizzata da uno sviluppo come Brahmacomanda della struttura narrativa, con tutti i pezzi montati (si fa per dire) al loro posto e poi spremuti ed intrecciati saldamente per estrarre il succo della faccenda finale.
Ecco qui, per molti ma non per tutti, per chi l'ha visto e per chi non c'era, per tutti coloro che non si sono persi d'animo di fronte a post con qualche minuto d'attenzione da dedicarvi in più, rispetto ad un cinguettio da dislessici dissociati disimparati dealfabetizzati, il gustoso guiderdone per la fiducia e l'entusiasmo dimostrato.
E già lo so che serpeggia persin tra i fans più sfegatati il dubbio legittimo di che fine abbia fatto il film  Action/Gangster/Pulp/Poliziesco che posters e presentazione promettevano, dopo aver sopportato più di un'ora di bagatelle tra fidanzati, trip glassati e timide promesse di violenza davvero convinta. Ne sono assolutamente consapevole.
Proprio per questo ho appositamente lasciato la locandina originale di lancio, il cartonatone gigante che appariva ovunque la sera della premiere, per ultima, tra le disponibili usate per l'intestazione, in omaggio alla linea narrativa della pellicolona epica, che da ora fino in fondo vi travolgerà come un maglio da demolizione per twistate vigliacche, shoccanti rivelazioni e l'abbandono completo di ogni briciolo di romanticheria zuccherosa latente. Finalmente.

domenica 14 luglio 2013

THE HAUNTED WORLD OF EL SUPERBEASTO (2009) di Rob Zombie

 
Ecco che come al solito, il socio Giocher, ci ha messo nei guai... Dovendo intervenire a tappare il buco nero lasciato dall'attesissima terza parte di Wanted, eccomi qua, con il solito ed annoso compito di rompere l'armonia dell'universo. La situazione è imbarazzante.... Come fare da corollario alla coloratissima e tripartita review che ha inaugurato la sezione Bollywood, Bollywood, con Wanted? Come eguagliare in protervia, sdilinguimento e superfantastica ironia il socio Giocher? Forse è impossibile. Ma noi ci lasciamo guidare dentro l'animazione, per tornare bambini guardando Cartoni per Adulti (un pò schizofrenico nevvero?), viaggiamo nel colorato mondo di MonsterLand guidati da Rob Zombie in persona. Affianchiamo el Superbeasto nella sua discesa agli inferi e che il GrandeBosone ce la mandi buona!!....
 

El SuperBeasto è un ex Superstar della LuchaLibre che vive una vita erotomaniaca potendosi ancora sostentare con bieche pubblicità e goduriosi provini per film porno, di cui è regista ed attore. Ha anche una sorella el Superbeasto dalla maschera perenne, ma non una comune, lui ha Sandy-X (doppiata dall'incantevole signora Sheri Moon Zombie) una gnoccolona bionda superagente segreto, benda sull'occhio alla Nick Fury, culo d'acciaio, generalmente alle prese con Nazi-Zombie, (delle volte Werewolf Nazi Zombie) unico baluardo contro il ritorno del Terzo Reich Zombesco ai giorni nostri che nemmeno Capitan America col Teschio Rosso..

lunedì 24 giugno 2013

WANTED (2009) di Prabhu Deva [2-4]



 Benritrovatissimi al secondo segmento narrativo di questo viaggione nell'epica ipercinetica di un mondo cinematografico ALTRO come pochi possono essere. Foriero non solo di smargiassate registiche, costumanze scostumate e momenti mori ad un certo modo anche occidentale di imbastire trame e mettere su digitale personaggi incresciosi, ma soprattutto di squisita inconsapevolezza di mezzi espressivi, drammatici nel comico  e scompiscianti nel tragico, di accostamenti d'abbigliamento rivoluzionari del pranzo in panza.
Si può però davvero pretendere di relegare nella semplice inadeguatezza cognitiva dei fabbricanti, un segmento così prepotente del broadcasting mondiale, che vanta appassionati in tutto il globo terracqueo, Italia compresa (senza far leva necessariamente sui numerosissimi nativi in diaspora) ? Qui folle deliranti si bevono le seghe di Twilight , Fast & Furios, American Pie o serie televisive/reality destinate ad un targeting dichiaratamente stazionante un quattro gradini al di sotto della nicchia evolutiva Sapiens ... e vogliamo essere proprio noi a giudicare? 
Si legga, ad esempio, la review fatta all'epoca del lancio, dall'autorevole Times of India.( Per in non anglofoni riassumo informando che il film viene presentato e categorizzato perfettamente in un filone "datato" di due decenni rispetto al gusto attuale Bollywoddiano. In pratica: un'operazione di riesumazione di uno stile action macho alla "Jimmy Bobo"  & Co.  ANNI PRIMA di quest'ultimi. Con il medesimo successo di pubblico e critica.)
Ma ciancio alle bande, come direbbe il Dotto.EhiOohh!
Belli freschi ed atticciati, appizzati e atterriti, eccovi, sempre a passo praticamente e bollywoddianamente uno, sessanta ulteriori minuti di WANTED!!

martedì 11 giugno 2013

WANTED (2009) di Prabhu Deva [1-4]


Da qualche tempo ho una nuova turpitudine. Chi può sapere se derivi dalla contaminazione continua cui sono sottoposto nel bivaccare  in una realtà anagrafica che vede ufficialmente i casati Hindi superare quelli autoctoni; se attraverso i timpani il gloggottio, alieno a qualsiasi fonema cromosomicamente consono, sparso incessantemente per le strade, abbia riassettato quotidianamente i gangli neurali del gusto; se le mie froge siano state troppo a contatto occasionale con cipolle indiane mefitiche e curry strafritto nell'aglio, sballandomi la mitica Sospensione dell'Incredulità, o semplicemente se mi sia addentrato troppo spesso in luoghi del Blogverso dove assisto inorridito ed impotente ad elegie di qualsiasi nefandezza registica ed attoriale, scritte con la più entusiastica cruda ignoranza di mezzi e linguaggi. Chissà.
Sarà che la leviatanica landa cinematografica con sede a Mumbai, dai confini sterminati e gremita di prodotti quanto di persone il  paese, ha sempre operato su di me un fascino blasfemo, un richiamo mutuato dall'antichissima mitologia di quella incresciosa multicultura monociglio che brulica penzolando da 10.000 anni sotto il massiccio orografico più imponente della crosta terrestre.
I motivi saliranno a galla dal maelstrom mano a mano che ci addentreremo insieme e per la prima volta in questo universo bambino e vegliardo, insieme ingenuo e pudico quanto spregiudicatamente decadente di stravizi osceni reiterati nelle ere. Per farlo, ho dovuto prima impratichirmi sul campo di generi e realizzazioni, sciacquar panni in Gange, distinguere di decenni produttivi e filoni etnici, discernere su graduatorie alfabetiche impensate, superare trincee ampie e profonde scavate dal gusto occidentale, l'ottica paneuropea, dal palato viziato e selettivo comunemente detto Sciccoso e Radicale dai tamarri.
Si: ho preso il vizio del Cinema di Bollywood.
E' cominciato tutto a piccole, spassosisime dosi, come sempre. Sbellicanti spezzoni, trailer ODDIOMACHEE''?!?, paradossali mimiche arciconvinte, notizie fantasiose ammantate di cruda realtà, cifre scandalose di produzioni e odience, interpeti maschili di greve ed affranta bruttezza adorati come divinità, divinità femminili di somatica ultraterrena ad interpretare attrici. Sarebbe semplice paragonarne impatto e assunzione gustativi a quello che si ha con la gastronomia locale. Semplicistico e fuorviante: qui ci vuole molto più stomaco, e un palato calafatato con la ghisa. Ma non solo: è un esercizio intellettuale estraniante e generoso, un viaggio interplanetario e temporale, verso una meta stilistica e componitiva remota nel nostro futuro culturale ma in cui, inconsapevolmente, l'Occidente stà muovendo i primi passi.
Con all'attivo decine di ore di lungolunghissimimetraggi (la media si aggira nei 150 minuti a botta), autentici parchi a tema di sterminante caleidoscopica idiozia involontaria, trashumine elevato al cubo su vette inesplicabli di orrori estetici, sfondoni di sceneggiatura commensurabilmente pietosi, montaggi di pellicola gettata volontariemente attraverso un ventilatore, inquadrature ubertose nella loro leziosità involuta; ho deciso di mettere a parte i colleghi di Cinematografia Patologica dei miei orgiastici ottovolanti di visioni smandrappate, con una selezione esemplificativa di quello che al di qua del continente indiano è considerato il Bollywood Style.
Ammessa l'osticità del soggetto, non mi accontenterò di una vigliacca descrizione, magari allettante, per poi nascondermi in attesa che qualcuno abbia il coraggio e la charas bastante per sorbirsene la visione. Nossignore.

giovedì 30 maggio 2013

I TRE DELL'OPERAZIONE DRAGO (1973 ) di Robert Clouse



MioCognato ha dei gusti semplici e precisi in fatto di Cinema.
 Ama le scazzottate in ogni loro forma!.
Va in solluchero per" il doppio schiaffo di Bud Spencer", è l'unico che io conosca in grado di guardare anche cinque volte di fila, capolavori immortali quali "Io sto con gli ippopotami" (1979)   o "Banana Joe" (1982), tornando indietro col rewind alle fasi salienti di ogni fajolada di cazzotti che scoppia, sempre più esaltato, come le vedesse per la prima volta. In pratica gli piace il "cinema di menare" ! Nel suo amore sconfinato per l'Action in ogni declinazione, non disdegna nemmeno quella ciofeca di Steven Seagal o i bei film d'azione ameriggani degli anni ottanta alla "Arma Letale" o "Beverly Hills Cop", l'importante è che ci sia la giusta azione e da menare, ma menare serio! Di qui al cinema di Kung Fu il passo è breve. Chi meglio del grande  Bruce The Dragon  Lee, quando si parla di kungFu e di menare?  Quale suo immortale film è degno di allietare la nostra serata di Festeggiamenti Cinematografici per la Nascita della mia Erede? :
 " I Tre dell'Operazione Drago"
(a.k.a. ENTER THE DRAGON)
che qualcuno ha avuto pure il coraggio di definire il "Via col Vento" del KungFu Movie (..sic!..),
che MioCognato ha visto in tutte le salse ed oggi vuole ririvedere, perchè è in vena di romanticherie, è diventato zio, sapete...
UH! AaaH!
  Mister Lee (Bruce Jun Fan Lee) è un grande maestro di arti marziali, viene
raggiunto nel suo eremo/tempio (realisticamente) Shaolin da un Signor X, agente dei servizi segreti di Sua

lunedì 20 maggio 2013

IL GRANDE GATSBY (2013) di Baz Luhrmann



(Anteprima dalla morgue) 

"Tutto quello che mi esce dalla bocca suona presuntuoso in misura ridicola."

L'ho detto io?
Prima e poi, più poi, dai, lo faccio.....Ma intanto l'ha esternato Mark "Buzzy" Luhrmann, a propo delle sue uscite verbali....sebbene a mio dire calzi soprattutto per quelle cinematografiche. Il trapiantato in Australia da giovine con esiti ammorbanti come i conigli nello stesso continente sul suo indubbio talento scenico, arriva in sala dopo il consueto quinquennio d'intervallo e quasi due anni di calvario in rimandi di lancio; e lo fa rimettendo mano ad un monumento della letteratura anglossassone e mondiale di quelli grandi, grossi ed intangibili, come già fatto lodevolmente bene nel 1996 con Willy S.
Ottima idea, dato che quando non ha roba massiccia sui cui applicarsi, i risultati meramente visuali sono desolantemente vuoti e scarsi di presenza umana quanto l'Outback.
Era stato proclamato a chiare lettere durante l'ultima visita alla Morgue di Cinematografia Patologica che l'approccio clinico a questa trasposizione del capisaldo di Francis Scott Fitzgerald sarebbe stato, per motivi che vanno dal sentimentale allo stilistico, passando per l'aprioristico, l'uterino, il ghibbellino ed il dogmatico, grossomodo questo qui:


Nel diluirsi dell'attesa,invece, ho inspirato profondamente tra le legature seriche di un tomo a me caro, cogliendo di nappa l'incipit più calzante che si potesse decidere di avere in una recensione:

Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai uscito di mente.
   "Quando ti vien voglia di criticare qualcuno" mi disse "ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu." 


Questo monito ha desublimato le mie aspettative e la mia verve, chetato l'analitica e la destrutturazione testuale compitabile a memoria nello scorrere del film, riconciliandomi

martedì 30 aprile 2013

L'IGNOTO SPAZIO PROFONDO (2005) di Werner Herzog



Mentre il prode GiocherGranpasso è chiuso nelle sue segrete (scrive con una piuma d'oca e calamaio, alla luce fioca d'un cero...) a redigere l'ultima sfavillante fatica speculatoria sulle trasposizioni in celluloide dell'opera di Amado, inauguriamo un nuovo filone, qua dai corridoi di CinematografiaPatologica.
Il Documentario. Disciplina cinematografica primigena, su cui ogni regista prima o poi cade o si esalta, vezzo intellettualoide o palestra per nuove imprese artistiche? Il documentario, si, quello naturalistico che si guardava, ammaliati dalla soave voce del narratore e dalle immagini divine, il lunedì sera a Superquark, oppure quello più pepato e shockante degli "anni 70" (i cosiddetti Mondo Movies) a mostrare stranezze culinarie particolari, modi di morire e gioire il sesso in giro per il mondo; oppure quello più impegnato e d'inchiesta alla Michael Moore che, più adulti si andava a vedere al cinema, spesso cadendo in strana fuffa complottista, a volte in divertenti squarci su realtà sconosciute o, ancora, la nuova tendenza al Mockumentary (sorta di sintesi tra la "realtà inscenate" dei MondoMovies  e l'attualità di quello d'inchiesta). Il documentario: forse il modo di fare cinema più diretto e vero...e, soprattutto in era digitale, è più vivo che mai.



Iniziamo questa nostra rassegna con L'IGNOTO SPAZIO PROFONDO (per gli anglofoni The wild Blue Yonder) di Werner Herzog del 2005, una Science fiction fantasy, ci dice il regista dai titoli di testa.
Una produzione AngloTedescoFrancese di 80 minuti per un vero e proprio esperimento cinematografico.
Un mockumentary di fantascienza, qualcosa di completamente diverso, diciamo noi...

Un alieno ( Brad Dourif), da molte centinaia d'anni sulla terra, giunto fino a noi dalla galassia di Andromeda, dal pianeta Wild Blue yonder morente, si confessa. Ci racconta come la sua gente (evolutissimi alieni) sia giunta fino a noi, perfettamente

giovedì 25 aprile 2013

DRIVE (2011) di Nicolas Winding Refn




Attenzione,Questa recensione farà arrabbiare il socio Giocher Granpasso!

In primis perchè va a spezzare la bella trilogia dei film tratti dai racconti di Amado, che con grande impegno sta curando.
In secondo luogo per ragioni sentimental-filosofiche... perchè ci eravamo, per troppo tempo, baloccati sopra l'idea di una doppia recensione, una delle nostre, coppia di vecchi rompicoglioni della Cinematografia (meglio se) Patologica, sopra l'opera  Drive di  Nicolas Winding Refn. In Essa, il sottoscritto, avrebbe dovuto (qualunque fosse stato il suo reale parere sul film non ancora veduto... ) parlarne male ed esecrarlo; mentre il prof. Grampasso, pur non apprezzandolo (a suo dire...) ne avrebbe dovuto incensare le lodi. Un esercizio di retorica! chioserà qualcuno. Invece niente. Dopo averlo visto,a quasi due anni dalla sua uscita...ed a circa un anno dal suo acquisto (in allegato a...sic...Panorama...), Non me la sento!! Ghivappo! Rifiuto la Disfida,si...
E' necessario parlarne a fondo e con la solita prosopea entusiastica e solitaria!!
Perchè questo film mi ha toccato per la sua estetica e la follia del messaggio.
 "E' un film per esteti." ha detto enigmatico Terenzio the Dragon a metà visione....
Come potrebbe essere altrimenti, quando anche i difetti sono esaltanti? Come si fa con quella colonna sonora? Quel grevissimo giubbottino grigetto...Come si fa? Quando si affronta autorialmente un b-movie,  citandone altri senza farsi accorgere, sbalestrando l'odience con utili lungaggini, dando nuove esaltanti immagini della città più cinematografica del mondo: Los Angeles. Come si può?
Non si può, perchè trovo che questa pellicola sia importante, per i tanti motivi che andrò a spiegare...quindi si fotta la retorica e l'esercizio di stile!!

Driver (Ryan Gosling) è uno StuntMan che lavora nella sempre fiorente

martedì 23 aprile 2013

GABRIELA (1983) di Bruno Barreto



E siccome in ogni trilogia che dir si voglia per bene mai viene a mancare l'episodio più strizzalocchio all'audience di grosso numero e grana, ove l'impianto passa in terzo piano in luogo ai nomi chiamati a comporre i vari settori della locandina, esile pretesto per fare bella mostra di talenti ed esercizi di stile, si alzi il sipario sul secondo film di questa serie, che segue il giusto ordine di pubblicazione editoriale dei libri dello Steinbeck latinoamericano ma l'inverso per uscite e manifatture cinematografiche.
Non ci si fa mancare nulla: attore di grido e di solida preparazione alla parte non foss'altro per i precedenti lavorativi, protagonista femminile rodatissima nel ruolo, spigliata e spogliata, sogno umidiccio di tre continenti rasponi, regista assodato ed uso a luoghi, sfondi, temi e soggetti, colonna sonora composta in omaggio da artisti di fama mondiale (in Brasile), fotografia saldamente in mano ad un bestione-one di categoria.
Molte sono le accomunanze tra Jorge Amado e John  Steinbeck, grossomodo coevi, dalla produzione severamente scissa tra impegno di denuncia sociale  ed epopea fiabesca e scanzonata dell'Umile più a terra, non ultima la somiglianza nell'infausto tenore rispetto allo scritto delle trasposizioni filmiche delle loro opere, anche quando intenzioni ed attrezzature furono di prim'ordine. Nemmeno l'amicizia con un Presidente degli Stati Uniti di peso come F.D. Roosvelt, le collaborazioni con Elia Kazan e Lewis Milestone, interpreti quali James Dean, Marlon Brando e Spencer Tracy hanno salvato il Gringo premio nobel per la letteratura dall'ingiustizia scenica di cotanta incresciosa capacità di prosa, infatti.
Qui, a differenza di quanto già detto per il Bahiano, nemmeno si può parlare di film dedicati esclusivamente all'apprezzamento dei suoi adoranti lettori. Anzi, l'opposto.
Sono spesso però le pellicole meno abbarbicate all'opera originaria, che consentono una fruizione più a là paje, meno svaccatamente riservate ad un pubblico di soli letterati come quella con cui ho esordito la volta scorsa, grazie a caratteristiche che compongono indistinguibilmente pregi e difetti del film.
Gabriela, garofano e cannella fu il primo passo di Amado in un universo scevro dalla polvere impastata di lacrime e sudore delle piantagioni di cacao dell'interno, verso le rive dell'Atlantico, i suoi porti nascenti dell'inizio novecento, pieni di colori, aria e luce.Nella trama e nei singoli personaggi troviamo gli embrioni di quasi tutte le caratterizzazioni delle opere successive, frutto del meticoloso studio formale da intellettuale di sinistra dell'etnologia meticcia del suo paese, composta da ricchi latifondisti, commercianti di frontiera e tutto il poverissimo resto della popolazione.
Ambientata nel '920 e intorno a Ilheus, scalo commerciale per l'Oro Bruno, il cacao, dono e dannazione di una terra selvatica e avara di altro, la storia è incentrata su di una giovinetta approdata dall' interno arido senza una speranza fino alla darsena degli schiavi, dove ogni diseredato pezzente si riversa per offrirsi in un libero mercato di schiavi, sguattere, soldataglia.Qui la trova Nacib Saad (Mastroianni) turco/siriano/si-insomma-quella-zona-del-mondo-lì, ma di madre partenope, proprietario del Bar Vesuvio, centro ricreativo e associativo del paese.E' alla ricerca di una cuoca, di cui è rimasto sprovvisto, e non ha  la minima idea nè di come fare a selezionarne una, nè di cosa gli stia per capitare. Nota la gentilezza verso una nonnina affranta di un'arruffata ragazza coperta di tutta la polvere dei chilometri macinati, le crede sulla parola riguardo alle doti culinarie, e senza pensare a nient'altro se la porta a casa.


venerdì 12 aprile 2013

CAPITANI DELLA SPIAGGIA (2011) di Cecìlia Amado


Quel satanasso del  meu Compadre dottor Massis ha l'insana abitudine consolidata di interfacciarsi a tradimento con sinapsi sopite della mia cervellotica volta cranica, scatenando turbini impazziti di contenuti concettuali selvatici e ingovernabili. Solitamente, quando avveniva l'irreparabile in ere più civilizzate, la risolvevamo a facce pari tirando al nascere del sole: sua la responsabilità del fenomeno, suo l'onere di imbrigliarlo.Una boccia di bacche scure distillate tra noi, del fumo.
Ma gli odierni son forse tempi urbani?
Ragion per cui eccomi qui sopra ad inaugurare una trilogia inversa cronologicamente, perversa artisticamente, confusa dialetticamente, ostica stilisticamente, debordante emozionalmente: tre film tratti da altrettanti capolavori di uno stesso autore, Jorge Amado; il più grande narratore sudamericano dell'ultimo secolo abbondante. Garcia Marquez spostati da davanti fammi la cortesia, Borges sei un rimasticatore.
Assicuro e spergiuro che ce l'ho messa tutta, per non arrivare a questo.Tutto è iniziato innocentemente nei commenti di Tropa de Elite., per ambientazione ed argomento indubbiamente ispirato alla produzione impegnata d'inchiesta di cui fu pioniere l'Amado meu. Capo a una settimana, il violentissimo peso stilistico dell'illustre bahiano aveva già prodotto i suoi effetti, nella recondita leva che mi ha portato a confrontarmi con una perla della mia gioventù, come spiegato lì in calce. Poi gli eventi sono precipitati.
C'è pure che il massiccissimo seguito della pellicola recensita dal sobillante Medico (TdE 2- il nemico ora è un altro) nel 2010 ha strappato per successo ed incassi lo scettro di  Più Visto & Amato della Storia dell'Orbe Carioca proprio al film che concluderà questa trilogia: Dona Flor e i sui due mariti (1976) viemmediciotto, il suo prodotto più noto. Quando ho scoperto l'esistenza di ben 10 altri ulteriori riversamenti in video, ho vissuto la stessa identica esperienza di cui ho già parlato qui. Curiosamente , anche i lungometraggi in oggetto presente dovrebbero avere, a posto dello spazio riservato al regista dopo il titolo, un sommario e sbrigativo -  di Maachicaspitavuoicheimporti l'ha scritto... perchè parliamo di opere girate, prodotte, interpretate e distribuite da adoratori degli scritti originari, destinate a fanatici lettori degli stessi.Senza nemmeno porsi millenari e sempiterni dilemmi traspositivi Carta Vs Celluloide, qui si tratta esclusivamente di fruizione elitaria e circoscritta a chi i libri in questione li ha amati, riletti, compresi, mangiati, mandati a memoria. E sono legioni.
Io sono tra loro; lo sono al punto da essermi visto questo Capitães da Areia, diretto dalla nipote dell'Autore due anni fa (appositamente per la celebrazione del Centenario della Nascita del Nonno) direttamente in Bahiano de Rua stretto ed analfabeta, senza sottotitoli nemmeno in finnico sud orientale, potendolo seguire tranquillamente, emozionandomi. Se le mie affannosamente curate ricerche non hanno fatto cilecca, dubito persino che esista una versione in idiomi vagamente più comprensibili.


I Capitani della Spiaggia sono I Meniños de Rua di São Salvador da Bahia de Todos os Santos,

mercoledì 27 marzo 2013

π - IL TEOREMA DEL DELIRIO (1998) di Darren Aronofsky




La fida poltrona a rotelle del mio studio sprofonda ubbidiente, sotto le mie scaraventate chiappe ossute, con la giusta fragranza di scricchiolio ronfoso.
Sono stanco. Passo i palmi in faccia, unticci.
Che ore saranno?
La domanda è venuta dall'altra parte della scrivania e non dalla testa sopra il mio collo sopra il mio stomaco vuoto sopra il coccige finalmente rilassato.
Il mio ospite mi guarda spento anche lui, da come armeggia capisco che ha finito le cartine.Gli passo le mie lino e canapa.
I capelli più sconvolti dell'usuale, arriccia e appiccia. Sorride.
Aspiro anch'io con lui, che d'altronde siam qui per questo: il sancta sanctorum del nicotinomane, l'ultimo disperato avamposto del trinciato buono, si è schiuso per noi alla fine di una lunga, lunga sessione in sala operatoria. Qui nessuno può imporre divieti, nemmeno il Primario dottor Massis, che ha smesso tre settimane fa e sapete poi come vanno queste cose..Anche se probabilmente tra poco arriverà fluttuando con le nari appiccate agli effluvi usciti da sotto la porta.
L'ora non la so.Che conta..... Ma ricordo che ore fossero quando questo paziente particolare e delicato si è ripresentato per l'ennesima volta in corsia; qui a C.P.
Le ovvie tre e circa un quarto antelucane. E quando se no?
Poichè tutto in  natura si esprime ed esplica attraverso schemi ridondanti, come potrebbe questo pellicolino zeppo di luce e pregno di argomenti tosti non ripresentarsi come un degente cronico negli orari più emblematici !
Ed è stato quando il succittato si è scodellato per la quarta volta ai miei occhi -ma non proprio per la quarta volta, più per la terza e lordi, che l'ultima mi sono spento verso prima della metà- che ho deciso di chiamare per un consulto d'urgenza uno specialista dall'estero. Un segaossa di quelli col Ph.D. davanti al nome, Max, che è lo stesso del protagonista dell'opera prima di Aronofsky.